martedì 19 gennaio 2016

The Revenant - recensione del film (con spoiler)

Che fotografia, che storia, che musica, che regia… che DiCaprio!
The Revenant

Il giudizio complessivo per un film come The Revenant può essere soltanto positivo: film simili, con una regia da documentario poetico, un’interpretazione ottima di Tom Hardy (oltre a quella superba di Leonardo DiCaprio) e fotografie meravigliose, si vedono raramente.

La musica, centellinata ma potente, sviscera fin nel profondo. L’attacco improvviso e violento dell’orso, la disperazione negli occhi di Hugh Glass davanti alla morte del figlio che non poteva evitare, il ribrezzo del fegato di bisonte o il dormire nella carcassa svuotata di un cavallo… la grandezza delle immagini e dell’imponenza della natura rendono lo spettatore infinitamente microscopico di fronte a tanta maestosità.
The RevenantQualcuno ha parlato di questo film come della battaglia dell’uomo contro la natura, ma non è affatto così. Hugh, sebbene quasi ucciso in principio dall’orso, passa tutto il film a scappare dagli uomini, non dalle intemperie della natura, nelle quali dimostra di sapersi muovere e sopravvivere egregiamente tra radici e grotte improvvisate; Hugh, insieme alla natura, si allea contro gli uomini che la sfruttano senza pietà.

Il film, che dura oltre le due ore e mezza, trascina lo spettatore nell’attesa, nel lungo viaggio di ritorno e nella voglia di sopravvivere e di vendetta del protagonista… e forse lo trascina per troppo tempo, mostrandosi un tantino lento in alcuni tratti, in assenza di una complessità di trama adeguata e di dialoghi importanti.
DiCaprio, anche se non ci sarebbe necessità di sottolinearlo, è superbo e al massimo delle sue capacità e carriera. Questo film è DiCaprio e, in sua assenza, probabilmente tutta la storia avrebbe perso senso di esistere.


Durante tutto il film si riaffaccia il tema dell’albero e del vento, della fragilità dei rami contro la solidità del suo tronco e delle radici che lo ancorano al freddo terreno; eppure non riusciamo a vedere fragilità in Hugh, e nemmeno nel film stesso che, nonostante la trama scarna e i dialoghi quasi assenti, si regge maestosamente in piedi per tutta la sua durata.

Andrea e Maia